Reportage EllePì – Quel che resta del lavoro – capitolo 3 – “Fabio”
[caption id="attachment_34326" align="alignright" width="249"] Fabio al lavoro [/caption]
“Oggi sono segretario organizzativo della camera del lavoro ma per me sono il semplice delegato, il semplice iscritto” ci dice Fabio Querin, come a volersi giustificare della carica che ricopre all’interno della FIOM-CGIL di Venezia. Eppure Fabio, che ha passato quasi 20 anni in Fincantieri come operaio e delegato sindacale, ha avuto un ruolo chiave nelle inchieste sul sistema degli appalti e la cosiddetta paga globale dei lavoratori indiretti, e tutto si potrebbe dire tranne che non abbia le carte in regola per stare seduto dietro la scrivania sovraccarica di documenti da cui ci sta raccontando la sua storia. Lo abbiamo contattato per capire meglio quello che succede dentro il cantiere navale a Porto Marghera.
Sulla cinquantina, alto e con i capelli brizzolati tagliati a spazzola, ci squadra un momento e sorride divertito prima di farci accomodare nel suo ufficio. “Nostalgia del lavoro in fabbrica? Io vengo da una famiglia di operai. Il lavoro manuale fa parte della mia vita da sempre”. Fabio inizia a lavorare presto, dopo due anni di istituto tecnico è idraulico ed elettricista, poi muratore e manutentore ai forni di una vetreria di Murano dove poco più che ventenne inizia la sua prima esperienza sindacale come delegato. Nel giugno del 1997 entra in Fincantieri. “Era la grande azienda, leader mondiale delle navi. In quegli anni voleva dire stabilità, contratto fisso, certezze. Ci passavi davanti da ragazzo in estate per andare al mare al Lido e dietro quei grandi muri vedevi spuntare le gru e le navi, ti facevi un sacco di fantasie”. Così Fabio scopre il mondo dietro quei muri e diventa uno dei primi assunti dopo il lungo periodo di blocco delle assunzioni che durava dalla metà degli anni Settanta – e uno dei pochi a non essere assunto con un contratto di formazione. Perché in effetti la Breda, oggi Fincantieri, riesce a sopravvivere al declino industriale innescato dalla crisi petrolifera e dal passaggio al modello di produzione postfordista che trasforma Porto Marghera in una distesa di rovine industriali; cambia nome, modifica il proprio assetto proprietario e diventa una società controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze attraverso Cassa depositi e prestiti.
[caption id="attachment_34327" align="alignleft" width="251"] Riconoscimento per un quarto di secolo[/caption]
Nonostante lo sguardo severo dietro gli occhiali da vista, i racconti di Fabio sono spesso accompagnati dalle risate. Come quando ci spiega i primi anni in cui, carpentiere in bacino, lavorava all’assemblaggio della chiglia, dello scafo e di tutti gli enormi blocchi di ferro che come pezzi di Lego compongono lo scheletro della nave. Tra i fumi della saldatura e le fibre dei materiali isolanti che si disperdono nell’aria, Fabio ricorda anche il panico da claustrofobia con la scoperta dei doppifondi, gli alveoli nascosti nella parte più profonda delle navi. Gli anni ’90 in Fincantieri sono uno spartiacque nella storia dell’azienda e del porto veneziano, perché segnano il passaggio dalla costruzione di mercantili e gasiere alle prime grandi navi passeggeri. È una trasformazione radicale sia in termini di gigantismo – oggi si costruiscono navi da crociera che superano le 140.000 tonnellate di stazza lorda – che di processo produttivo: infatti per essere più competitiva e appetibile sul mercato, per fare fronte all’acquisizione di più commesse e quindi alla costruzione di più navi contemporaneamente, Fincantieri inizia progressivamente a esternalizzare la produzione e l’estensione degli appalti diventa sfrenata, con l’arrivo di migliaia di lavoratori indiretti.
Il risultato, nel cantiere navale, è il caos: tra sovraffollamento, lavorazioni da rifare, ritardi nelle consegne e rischi di penali Fabio parla senza mezzi termini di un “bagno di sangue”, con l’azienda che perde rapidamente il controllo sulle ditte esterne e sugli orari dei lavoratori indiretti. Fabio ha un sorriso orgoglioso ma usa parole dure quando ricorda che dopo mesi di picchetti e scioperi in cui si chiedeva la regolamentazione degli appalti, finalmente si apre la vertenza sindacale che porterà a un importante accordo tra Fincantieri e le segreterie nazionali di FIM, FIOM, UILM e le RSU di tutti i cantieri. Come si legge nel documento datato 25 gennaio 1999, il primo punto dell’accordo prevedeva “lo sviluppo delle attività proprie del ciclo produttivo di progettazione e di produzione per il 75% mediamente con risorse interne e per il 25% con appalti”: si cercava cioè di mettere un tetto massimo all’esternalizzazione del lavoro, e questa decisione, assieme a un nuovo sistema di controllo per gli appalti, è uno dei traguardi più importanti ottenuti all’epoca grazie alle trattative sindacali. Anche se poi, con il passare degli anni, queste condizioni verranno disattese.
[caption id="attachment_34328" align="alignright" width="167"] La mano che emerge al Vega[/caption]
Il telefono di Fabio vibra con insistenza, ma lui non risponde: una rapida occhiata all’orologio e riprende dagli anni Zero, quando la crisi dei mercati finanziari travolge l’economia internazionale e causa una profonda contrazione della domanda di nuove navi in tutto il mondo. Fincantieri ricorre alla cassa integrazione per centinaia di lavoratori, ci racconta Fabio, che identifica in quegli anni difficili un momento chiave e nella cassa integrazione e nelle strategie aziendali operate a partire dalla ripartenza attorno al 2013 la mossa strategica dell’azienda per tagliare i costi del lavoro e indebolire il potere sindacale. In che modo? Fabio è molto esplicito: esternalizzando tutto il lavoro possibile e trasformando, ridimensionandoli, gli operai diretti in impiegati con mansioni di controllo sulle ditte in appalto. Per lui intanto arriva il momento di togliersi la tuta da carpentiere e di entrare in distacco sindacale, perché nel 2010 il segretario generale della FIOM Luca Trevisan lo incarica di seguire dagli uffici il sistema degli appalti di Fincantieri a Porto Marghera.
Bussano alla porta, una signora si affaccia e ricorda a Fabio l’appuntamento di mezzogiorno. Mentre ci accompagna verso l’ascensore Fabio estrae lo smartphone dalla tasca dei jeans e mi mostra la rubrica telefonica: “Ti faccio vedere questa cosa qua. Se io filtro i contatti scrivendo app, guarda cosa viene fuori” – e comincia a scorrere con il dito una lista di nomi lunghissima. Non capisco: “app?”. “Sì, app sta per appalti. Questi sono tutti contatti di persone che lavorano in appalto in Fincantieri”. Fabio si esibisce in una delle sue risate. “Tanti li ho conosciuti quando ero in cantiere ma altri sono arrivati anche con passaparola, perché si fidano. Gli abbiamo dato o gli stiamo dando assistenza sindacale per le denunce e i processi. La maggior parte è bangladese. Se vuoi proviamo a farti parlare con qualcuno”.
Fabio ci porta con sé nel suo ufficio all'interno della sede della CGIL di Mestre
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Federico Rigamonti (1990) è assegnista presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università Ca’ Foscari a Venezia. Dopo un dottorato di ricerca in letteratura comparata ha frequentato la scuola Jack London. Questo è il suo primo reportage.
Sofia Gastaldo (Padova, 2003) è una fotografa e filmmaker. Nel 2024 si diploma alla scuola di letteratura e fotografia Jack London e viene selezionata per lo Speciale Diciottoventicinque a Fotografia Europea con il progetto “Sibyllae”. Attualmente sta conseguendo la laurea triennale in Scienze Sociologiche presso l’università di Padova. E’ co-fondatrice del collettivo di artisti e curatori “Shapeless Gallery”.