“Non basta lavorare: bisogna poter dare un senso umano al lavoro”. La lecture di Fabrizio D’Aniello al X Seminario sull’Accoglienza
Che cosa significa oggi mettere davvero la persona al centro del lavoro? In un mondo segnato dall’iper-competizione, dalla logica della prestazione e da trasformazioni tecnologiche sempre più radicali, la domanda non riguarda soltanto ciò che facciamo per vivere, ma il modo in cui il lavoro contribuisce a costruire — o a impoverire — la nostra esperienza umana. È da questa domanda che è partita la lecture di Fabrizio D’Aniello, professore dell’Università di Macerata, al X Seminario Interdisciplinare sull’Accoglienza della Fondazione Lavoroperlapersona.
Il titolo dell’intervento — La pedagogia per un senso umano del lavoro tra relazioni, emozioni e riflessività — contiene già una possibile direzione di risposta: se il lavoro vuole continuare a essere luogo di dignità e riconoscimento, occorre tornare a considerarlo non soltanto come uno spazio produttivo, ma come uno spazio di relazioni, apprendimento e costruzione della persona.
Quando la prestazione diventa misura della persona
Il primo passaggio della riflessione di D’Aniello riguarda la trasformazione del lavoratore contemporaneo in una sorta di “imprenditore di sé”. La competizione non riguarda più soltanto le imprese: entra nella biografia individuale e spinge ciascuno a considerare se stesso come un capitale da valorizzare, ottimizzare e mettere continuamente a frutto. È la logica della competizione performativa, alimentata dall’ideale dell’autoimprenditorialità e dal principio del miglioramento continuo — il kaizen della produzione snella — che trasforma la prestazione in una sorta di criterio permanente di valutazione di sé. Il rischio, sottolinea D’Aniello, è un passaggio dall’alienazione all’autoalienazione: non è più soltanto qualcun altro a imporre dall’esterno ritmi, obiettivi e criteri di rendimento. È il lavoratore stesso che interiorizza la necessità di migliorarsi incessantemente, diventando il principale sorvegliante della propria performance.
Il riconoscimento che dura quanto una prestazione
In questo scenario cambia anche il significato del riconoscimento. Il lavoratore cerca approvazione, sicurezza e conferme in un contesto caratterizzato dalla precarietà e dalla concorrenza. Ma quando il riconoscimento è legato quasi esclusivamente alla performance, esso diventa inevitabilmente fragile: un complimento, una promozione, una valutazione positiva possono produrre soddisfazione, ma soltanto fino alla prossima prova da superare. D’Aniello parla così di una sorta di “eudaimonia spuria”: una felicità apparente, legata alla capacità di dimostrare continuamente il proprio valore. Il lavoratore diventa, nelle parole richiamate durante la lecture, quasi un bambino chiamato a dimostrare giorno dopo giorno di essere diventato “più grande” sul piano performativo. Ma il riconoscimento propriamente umano, osserva il pedagogista, è un’altra cosa. Presuppone una relazione che vada oltre la prestazione e il potere, riconoscendo anche la fragilità e il bisogno dell’altro.
Dalla competizione all’esclusione dell’altro
Ed è proprio qui che entra in gioco una delle parole decisive della lecture: alterità. Una cultura fondata sulla necessità di poter fare sempre di più rischia di rendere l’altro non un prossimo, ma un competitor, un ostacolo, qualcuno con cui misurarsi. D’Aniello richiama in questo senso la riflessione di Byung-Chul Han sull’espulsione dell’altro: quando il potere di fare e di poter fare viene continuamente assolutizzato, l’Io rischia di diventare cieco nei confronti di ciò che gli sta intorno. Il risultato può essere una spirale di isolamento, burnout e perdita di senso. La questione, allora, diventa antropologica prima ancora che organizzativa: che idea di essere umano stiamo incorporando nei nostri modelli di lavoro? Per D’Aniello, la risposta non può essere quella di un individuo autosufficiente, continuamente impegnato a potenziare se stesso. Il “movimento di personalizzazione” richiede invece la relazione: dire persona significa dire relazione. L’alternativa è dunque netta: da una parte l’altro come competitor o nemico; dall’altra l’altro come collaboratore e prossimo.
La collaborazione non basta
Ma attenzione: anche la parola collaborazione può essere ambigua. La collaborazione post-fordista, osserva D’Aniello, non coincide necessariamente con una collaborazione autentica. Può essere ridotta a una funzione tecnica, utilizzata per organizzare gruppi di lavoro e, paradossalmente, per alimentare ulteriormente la competizione attraverso meccanismi di confronto ed emulazione. Per questo occorre compiere un passaggio ulteriore: dalla tecnica delle relazioni all’arte educativa delle relazioni. Significa creare condizioni nelle quali le persone possano sperimentare un riconoscimento che non sia esclusivamente performativo e possano mettere le proprie capacità al servizio di un orizzonte di senso anche umano.
Le “Grandi dimissioni” e la domanda di senso
La riflessione trova una conferma significativa anche nel fenomeno della Great Resignation, esploso dal 2021. D’Aniello richiama le ragioni che hanno spinto molti lavoratori a lasciare il proprio impiego: sfruttamento, salari insufficienti, intensificazione dei carichi di lavoro, impossibilità di disconnettersi, difficoltà di conciliazione tra lavoro e vita personale e ambienti lavorativi tossici. Ma accanto a questi elementi emerge un problema più profondo: il parossismo performativo, accompagnato dalla mancanza di cura relazionale, da forme di management percepite come poco etiche e umane e dalla difficoltà di trovare un senso nel proprio lavoro. Non si tratta dunque soltanto di lavorare troppo. Si tratta anche di chiedersi perché lavoriamo, per chi, con chi e verso quale idea di vita.
Ritrovare le emozioni
È a questo punto che la proposta di D’Aniello assume un carattere propriamente pedagogico. La società contemporanea, sostiene, è attraversata da una visione tecno-economica del progresso che rischia di comprimere la dimensione umana e di produrre quello che viene definito un “esaurimento della tonalità emotiva”. Le relazioni, però, non sono macchine: non possono essere completamente razionalizzate, calcolate e ricondotte a rapporti lineari di causa-effetto. Da qui la necessità di una formazione emotivo-affettiva capace di prendersi cura della qualità delle relazioni, della comunicazione e dei processi di apprendimento. L'obiettivo non è semplicemente “stare meglio” sul luogo di lavoro. È diventare maggiormente consapevoli di sé, sviluppare una presenza psicologica equilibrata, riconoscere l’altro come prossimo e costruire una disposizione empatica capace di far emergere un autentico “noi”.
Dall’io al noi
Il passaggio decisivo è quello dalla solitudine dell’io al noi. Richiamando Amartya Sen e il concetto di capability, D’Aniello propone di intendere la formazione come una possibilità di ampliare le risorse morali e i valori attraverso i quali le persone scelgono e agiscono. Al centro viene posto il commitment, inteso come impegno e responsabilità verso l’alterità. Il traguardo non è soltanto la crescita del singolo, ma il benessere della comunità lavorativa. Non più, dunque, soltanto la capacità di “potere”, ma la capacità di agire insieme per una vita desiderabile. È una prospettiva particolarmente importante in un mondo del lavoro nel quale i gruppi sono sempre più virtuali, temporanei e caratterizzati da appartenenze molteplici. Proprio per questo, osserva D’Aniello, diventa ancora più necessaria un’attenzione alla dimensione emotiva e relazionale.
L’intelligenza artificiale e la necessità di essere riflessivi
La riflessione arriva infine alla rivoluzione digitale e all’intelligenza artificiale. D’Aniello non propone di sottrarsi alla trasformazione tecnologica. Piuttosto, individua nella riflessività una delle competenze fondamentali per affrontarla. L’IA, nella prospettiva presentata, opera attraverso una semantica imitativa, acritica e non relazionale. Per questo diventa fondamentale il ruolo dei lavoratori nel confrontarsi con gli stimoli prodotti dai sistemi artificiali, interpretarli, valutarli e attribuire loro significato nel corso dell’azione. La questione non è quindi semplicemente che cosa l’IA sa fare, ma che cosa gli esseri umani sono ancora chiamati a fare: interpretare, decidere, assumere responsabilità, mettere in relazione esperienza e conoscenza. È una riflessività che coinvolge il modo in cui definiamo i problemi, le nostre teorie implicite, i criteri con cui valutiamo le situazioni, la sensibilità personale e persino il modo in cui interpretiamo il nostro ruolo.
L’autorealizzazione non è una gara
La proposta conclusiva di D’Aniello è allora anche una proposta educativa. Servono spazi di “con-versazione” riflessiva, nei quali le persone possano interrogare ciò che accade nel lavoro, confrontarsi sulle domande di senso e costruire insieme una conoscenza continuamente ridefinibile. L’obiettivo è trasformare il commitment in una vera “respons-abilità”: la capacità di rispondere gli uni agli altri nella globalità dell’agire. È qui che la lecture torna alla domanda centrale del X Seminario: il lavoro è ancora una promessa? Per Fabrizio D’Aniello, una possibile risposta passa dalla capacità di sottrarre il lavoro alla sola logica della prestazione e di restituirgli una dimensione propriamente umana. Un lavoro nel quale il riconoscimento non dipenda esclusivamente da quanto si produce, nel quale l’altro non sia soltanto un concorrente, nel quale le emozioni non vengano considerate un elemento di disturbo e nel quale la tecnologia non sostituisca la capacità umana di attribuire significato. Perché, in fondo, l’autorealizzazione non coincide con il godimento prestazionale. E forse è proprio da qui che occorre ripartire per tornare a pensare il lavoro non soltanto come ciò che facciamo, ma come uno dei luoghi nei quali — insieme agli altri — possiamo ancora diventare persone.